Recensione del libro “Le stelle di Lampedusa”

prof.ssa Silvia Piede

“Dio non è morto” dice Anila, nel momento di massima disperazione. E forse è stata codesta convinzione a spingere questa piccola, grande, grandissima eroina a lasciare Agades, in Niger, per arrivare in Europa. Anila ha 9 anni quando, sola, senza casa, stremata dalla fame, decide di partire per andare a trovare la sua mamma, la quale è approdata in Europa tempo prima, spinta alla fuga dalla superstizione della religione Voodoo e caduta nelle mani delle ormai note e potentissime organizzazioni criminali. Dopo aver attraversato il deserto, con una forza di volontà pari a una leonessa, e dopo essere incredibilmente sopravvissuta alle indicibili torture fisiche e morali subite nei campi di concentramento libici, Anila approda a Lampedusa e incontra l’uomo del suo destino, il dott. Pietro Bartolo, il messaggio che Dio probabilmente le vuole mandare per farle sapere che non è morto. Il dottore la vede sola e capisce che, in quelle condizioni, non sopravviverà nei centri di accoglienza e che sicuramente finirà nelle maglie delle organizzazioni criminali, potentissime sul territorio europeo: Anila è troppo piccola, ha subito troppo. Il medico di Lampedusa decide di proteggerla, di salvarla. E narra la sua storia, che sembrerebbe aver trovato un felice epilogo nell’arrivo in Sicilia e nell’incontro con la stella più luminosa di Lampedusa, ma non è così. Perché, oltre a tutto ciò che ha passato, Anila deve fare i conti con un altro mostro: la burocrazia internazionale, che impedisce il ricongiungimento con la mamma, approdata in Francia. Rocambolesco è il racconto con cui l’autore ci descrive il ritrovamento della mamma di Anila che diventa poi l’occasione per narrare un’altra epopea, un altro tragico viaggio e un epilogo, tutt’altro che felice.

Il dott. Bartolo, lungi dall’essere uno scrittore professionista, come dice lui stesso, è in grado di trasportare il lettore nell’inferno presente, reale e vivo della disperazione dei migranti e nella comprensione dei meccanismi lucidi e ben oliati della speculazione che si cela dietro ai movimenti migratori. Passando dalla descrizione degli episodi crudi e sconcertanti che ha avuto modo di conoscere personalmente, ai reportage dei mediocri cavilli burocratici, il medico degli ultimi ci chiarisce come uno dei maggiori drammi legati a questa tragedia stia proprio nella cecità dei burocrati che continuano a guardare a questo fenomeno come a un “problema di quote”, dimenticando che in quei numeri ci sono “donne che potrebbero ricordare le loro madri e bambini con cui potrebbero giocare i loro figli”.

Anila è il nuovo Marco di “Dagli Appennini alle Ande”: anche lui parte da Genova e fa un lungo viaggio in direzione dell’Argentina alla ricerca della mamma; anche quella era una storia di povertà e ricerca di un futuro migliore, una storia tutta italiana però. E come De Amicis, Bartolo ci pone di fronte al dramma di migliaia di persone, con tutte le complessità e i desideri degli altri esseri umani.

“Le stelle di Lampedusa” narra di un viaggio che non è solo quello reale di Anila e di sua madre, ma è anche il nostro viaggio, iniziatico, che ci costringe a immedesimarci in una bambina e nei suoi compagni di viaggio, di ieri e di oggi, in un lungo passaggio all’Inferno. Speriamo, come Dante, di uscirne migliori. E questa è anche la speranza del dott. Bartolo (che oggi Anila chiama “Papà”) che riesce a trasmettere, attraverso parole semplici e concrete, non solo il forte senso di pietà per le innumerevoli morti senza nome nel Mediterraneo, ma anche la tenace convinzione che, presto o tardi, qualcosa nella coscienza degli uomini possa cambiare. D’altronde “Il colore che cos’è? È un vestito, e sotto di esso, siamo tutti uguali”.

Un libro che dovrebbero leggere tutti.

Recensione del libro “Il guardiano degli innocenti. The Witcher. Vol. 1”

Simone Laudani – terza informatica

“Le apparenze ingannano. Non tutto ciò che spaventa è malvagio, non tutto ciò che ispira fiducia è buono”. Sapkowski lo evidenzia ne “Il Guardiano degli Innocenti”, da cui è tratta la recente serie Netflix e la famosissima trilogia di giochi, in cui seguiamo le orme di un ammazza-mostri, Geralt. Il libro è una raccolta di storie che si intrecciano nello spazio e nel tempo rivelando, a poco a poco, nuovi personaggi e i loro relativi passati, elementi chiave della storia del “Lupo Bianco”.

“Sono uno strigo. Un mutante creato artificialmente. Uccido mostri. Per soldi. Difendo i bambini, quando i genitori mi pagano. Se a pagarmi saranno i genitori nilfgaardiani, difenderò i bambini nilfgaardiani. E, anche se il mondo sarà ridotto in rovina, cosa che mi sembra improbabile, ucciderò mostri sulle rovine del mondo finché uno di loro non ucciderà me”.

Nel raccontare le storie l’autore prende per mano il lettore e lo accompagna in un mondo distrutto dai secoli bui del medioevo, in cui prevalgono superstizioni, odio, pregiudizi, condizioni di vita precarie e una situazione politica in costante tramutazione, causa di continui e sanguinolenti scontri tra le regioni nemiche. A questo si mescolano magia, mostri e tutto ciò che ne consegue, che lascio il piacere di scoprire a chi sarà interessato. Nel libro, ambientato nel 1200, Sapkowski plasma un mondo cupo, freddo e indifferente, dove la linea della neutralità tracciata da Geralt è flebile e frequentemente collide con entrambe le facce della dualità del bene e del male. “Il male è male. Minore, maggiore, medio, è sempre lo stesso, le proporzioni sono convenzionali, i limiti cancellati. Non sono un santo eremita, non ho fatto solo del bene in vita mia. Ma, se devo scegliere tra un male e un altro, preferisco non scegliere affatto”.

Sottoposti sin da bambini a sfiancanti allenamenti, gli strighi sono eccellenti combattenti e spietati cacciatori di mostri. In tenera età sono soggetti a una straziante trasformazione indotta, alla quale solo il 30% di loro sopravvive. Questo gli conferisce abilità sovraumane che, combinate con l’allenamento ricevuto negli anni successivi, li rendono assassini molto versatili.

Non solo sono una razza in via di estinzione, ma, a causa della loro natura mutante, sono ripudiati e temuti dal popolo, dal quale sono visti come mostri innaturali alla mercé dei più potenti. Questo odio si ripercuote diverse volte sul personaggio di Geralt che, in realtà, dimostra in più di un’occasione un senso di umanità più ampio di quello di molte delle persone in cui si imbatte durante il suo cammino. Gli umani non provano ripulsione solo per gli strighi, però: succede lo stesso con tutte le altre razze, come elfi, nani e via dicendo. Sono tutti odiati perché diversi e, anche se triste da dire, è una analogia azzeccata col mondo moderno.

Penso che “Il Guardiano degli Innocenti” sia strutturato in modo geniale e crei un terreno molto fertile per i 7 volumi successivi, di cui 6 sono romanzi e uno, proprio come questo, è una raccolta di racconti. Di conseguenza lo consiglio vivamente a chi avesse voglia di immergersi in un racconto fantasy e, perché no, lasciarsi trascinare dentro l’intera saga.

“Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l’impressione di essere loro stessi meno mostruosi. […] Allora si sentono in qualche modo il cuore più leggero. E trovano più facile vivere.”

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